21 luglio 2007

Pubblicato da Radic il

Quieridos amigos,

ieri abbiamo avuto una mattinata interessante. Il lavoro da svolgere in reparto non era esagerato: pochi neonati con situazione tranquilla e rispettive mamme intente ad allattare o a riposare, quindi da non disturbare. Con una di queste ci siamo intrattenuti brevemente. Altri due neonati erano in sala d’attesa per un controllo da prassi: i loro genitori – piuttosto giovani – erano un po’ stanchi (a causa delle veglie notturne) ma di buonissimo umore, soprattutto quando siamo usciti dalla sala d’attesa e li abbiamo lasciati soli. Verrebbe da domandarsi: erano contenti per le nostre gags o perché finalmente ci levavamo di torno?

Procediamo ora in ordine di età crescente…

Alla 32 c’era un bimbo somalo di nemmeno 3 anni, assieme alla mamma. Il piccolo, sofferente di gastroenterite, stava discretamente e la mamma era solo moderatamente preoccupata. Nessuno dei due parlava italiano (e qui mi riferisco a bimbo e mamma, non a me e Pan, che sfoggiamo solitamente un eloquio da far impallidire qualunque letterato), così con la mamma abbiamo comunicato in inglese (per la verità, io e Pan sembravamo Totò e Peppino nella scena di piazza Duomo a Milano in “Totò, Peppino e la malafemmina”) e con il bambino a gesti, smorfie e suoni gutturali vari. Il bimbo e la mamma hanno gradito molto il nostro intrattenimento ed hanno sorriso parecchio.

Alla 15 avevamo poi due grandicelli. Un ragazzino di quasi 13 anni (anche lui problemi di gastroenterite) aveva con sé ambedue i genitori, erano di umore sufficientemente alto. Siamo stati a lungo con loro e assieme abbiamo riso con una certa voluttà. Ci hanno ringraziato con evidente sincerità. Infine, alloggiata nella stessa stanza, c’era una ragazzina di 13 anni compiuti che aveva subìto un intervento chirurgico per l’asportazione di una cisti (pare, poco rassicurante). Lei era molto provata, così come il padre – che mostrava segni evidenti di scoramento e preoccupazione. Altro atteggiamento abbiamo constatato nella mamma, molto più reattiva e sorridente. Ciò non deve sorprenderci: nelle situazioni difficili, sono quasi sempre le donne a dimostrare più coraggio. Non è stato semplice farli sorridere, ma il nostro approccio – morbido e garbato – li ha messi a loro agio ed hanno mostrato di gradire la nostra compagnia. Prima di salutarli, gli abbiamo consegnato i tre libri che avevamo lasciato in prestito alle infermiere.

A proposito di infermiere, ancora una volta abbiamo potuto rilevare un clima gioviale e costruttivo, rafforzato dalla sintonia con i medici e con il primario, anche ieri presente in reparto.

Abbiamo approfittato del tempo a disposizione, per fare un giro per l’ospedale, come se ci fossimo persi. Non è successo niente di particolare: abbiamo visto e salutato poche persone. Ma ci andava di “annusare” il clima di quel grande centro d’umanità varia.

All’uscita, infine, ci siamo soffermati a parlare con un uomo che era stato ricoverato lì a lungo ed era tornato per controlli. Aveva davvero voglia di parlarci della sua esperienza e le sue parole – che riferivano di tanta noia, un po’ d malinconia e badilate di senso d’inutilità – ci hanno dato ulteriore conferma della necessità di una nostra “intrusione” nei reparti per gli adulti: vedi medicina o chirurgia. Il dibattito è aperto e tale rimarrà a lungo…

Se Pan ha qualcosa da aggiungere, lo taccia ora, faccia per sempre…

Amen – ità

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