Bielorussia 2016: le missioni delle dottoresse Red, Piffero e Pluffa

Report della dott.ssa Piffero

24/04/2016-30/04/2016

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

                                                                                                    (Le città invisibili, I. Calvino)

Di ritorno dal viaggio della mia prima missione, la mia prima sensazione è stato un senso di profonda gratitudine per tutto ciò che ho ricevuto dalle persone magnifiche che ho incontrato, prima fra tutte Irina, la nostra meravigliosa interprete, che non si è mai limitata semplicemente a tradurre ma ha filtrato tutto col cuore. Sempre a proposito di ringraziamenti, non posso non citare la piccola Snejana: per me era la prima missione, ed avevo moltissima paura di non essere all’altezza; appena entrate per la prima volta in istituto, col cuore in gola, questa creaturina splendida è volata verso di noi attraverso i corridoi per prenderci per mano, come se ci stesse aspettando da sempre, facendomi mettere da parte il mio piccolo io. “Snejana” significa “donna di neve”, e la sensazione è stata precisamente quella di una nevicata la mattina di Natale.

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Ma partiamo dall’inizio: l’obiettivo della nostra missione era di concentrarci sull’istituto di Babici, fuori da Gomel, che ospita bambini affetti da disabilità di vario tipo. Ci siamo concentrate su un solo istituto perchè questo ci ha permesso di stabilire un forte legame e di trasmettere meglio il messaggio che gli volevamo portare. Più che le scorte di detersivo o le matite colorate, quello che ci premeva di più regalargli erano amore e affetto, e soprattutto lo stimolo a non relegarli solo ai pochi giorni in compagnia dei nasi rossi. Il nostro gruppo, formato da noi tre cloune, Irina e Saverio Tommasi, è stato accolto con calore dal “direktor”, Gregorj Gregorovich Popovich, che abbiamo incontrato spesso anche nei giorni a venire, e che ci ha lasciato una buonissima impressione per quanto riguarda il suo rapporto con i bimbi e la gestione dell’istituto. Sono i piccoli dettagli che colpiscono: i corridoi dipinti a triangoli di colori diversi, così si risparmia sulla vernice, e l’effetto è più allegro, ci spiega orgogliosamente il direttore. I vestiti di seconda mano dei bambini. La loro immensa gratitudine per ogni piccola cosa, anche un palloncino da gonfiare. Ci siamo presentate portando un piccolo spettacolo nel teatro dell’istituto, al termine del quale abbiamo iniziato a lavorare a piccoli gruppi,nelle stanzine “salottino” o nelle aule. La nostra giornata prevedeva di non sconvolgere i loro orari di lezione e le loro ore dedicate allo svolgimento dei compiti. Come ho già raccontato, per me la vera accoglienza è stata quella di Snejana, e subito dopo degli altri bambini del  primo gruppetto al quale ci siamo dedicate, con palloncini, giochi e colori e tanta confusione. Era incredibile vedere quanto questi bambini fossero affamati di affetto, carezze e sorrisi, tanto che non ho potuto fare a meno di chiedermi se ne ricevessero abitualmente. Proprio per questo ci siamo prefissate, come obiettivo principale, quello di insegnargli a sostenersi e coccolarsi a vicenda, affinchè quello spirito non rimanesse circoscritto ai nostri pochi giorni di permanenza lì, ma mettesse radici profonde in modo da diventare parte della loro quotidianità. Il secondo giorno ci siamo recati a Gomel, in città, per i vari acquisti (i computer per i bambini sordi, i dentifrici e i detersivi per l’Istituto di Babici). Ironia della sorte, era proprio il trentesimo anniversario della tragedia di Černobyl’,e per quanto non ci fossimo imbattute in commemorazioni ufficiali, il clima triste e piovoso di quel giorno si accordava bene con la ricorrenza. La giornata è iniziata con un caffè al bar mobile “Cup of Peace” con Victoria e Nataša, due grandi donne conosciute dal nostro gruppo clown durante la missione dello scorso anno, che volevano salutare Red. Ci hanno accompagnati poi in un negozio di artigianato dove abbiamo avuto occasione di ammirare la creatività e la bravura di tanti piccoli artigiani del posto. Abbiamo preso, come ormai ho capito essere nella tradizione bielorussa, un tè tutti insieme, avvolti dal consueto calore e ospitalità che ho capito essere di casa in Bielorussia. Quando siamo state a consegnare uno dei computer ad Olga, siamo state anche a conoscere i bambini della classe nella quale si trovava ad insegnare. Era una classe speciale, come ci ha spiegato poi Olga, per bambini problematici. Abbiamo interagito con i soliti giochi, marionette e palloncini, e mi è dispiaciuto molto avere così poco tempo per stare con loro. Questo mi ha fatto capire meglio la decisione di concentrarci maggiormente su un solo istituto, perchè in effetti permette di andare più a fondo nel relazionarsi con i bambini e creare un legame più saldo, per quanto io speri di essere arrivata anche a loro, in un solo pomeriggio, e che magari si ricordino dei nostri nasi rossi e di come un sorriso e una carezza possano cambiare la giornata. Siamo poi state a consegnare i rimanenti computer a Lyuba, donna straordinaria che si impegna da anni a seguire i bambini che vengono in Italia nelle vesti di traduttrice.   Nel tardo pomeriggio  siamo stati ospiti presso l’associazione diabetici a cui abbiamo inviato le scorte di macchinette, striscette e insulina, dove  abbiamo letto ad alta voce la lettera di Nuvola di incoraggiamento per le donne, con la preghiera di accogliere nel cuore questo incoraggiamento e diffonderlo il più possibile.  Era toccante vedere come, man mano che Irina traduceva le parole di Nuvola, i volti di quelle donne si commuovessero, riconoscendo il proprio valore e la propria forza. Infine, Saverio ha intervistato la presidentessa dell’associazione,  Раиса Гриневецкая. Durante l’intervista mi sono commossa, anche in quanto semplice spettatrice, quando alla domanda:”cosa è cambiato nella vostra vita dopo Černobyl’?” queste donne si sono guardate, tutte, in un momento di silenzio prima di rispondere, facendomi capire che tutto, troppo è cambiato da quel 26 aprile di trent’anni fa, tanto da non poter trovare parole adatte, da chiedersi se esistano parole adatte.

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Il terzo giorno siamo tornati a Babici, dove abbiamo nuovamente lavorato in piccoli gruppi nelle classi, dedicandoci ai colori e agli animali, leggendo fiabe e pastrocchiando con colori e formine. Consegnando uno dei nostri regalini per loro (dei pacchetti di matitine colorate) ho avuto ancora una volta occasione di essere annaffiata da una doccia di meraviglia e gratitudine inaspettata… sentirsi rispondere, nel sapere che il pacchettino conteneva ben quattro matite , con occhi sgranati e felici: “taaaaaante!”mi ha toccata tantissimo. Incredibilmente, mentre a me sembrava di fare così poco rispetto all’enormità dei loro bisogni, venivo investita da una gratitudine immensa. Mi sono sentita piccola piccola con le mie lamentele sui problemi della quotidianità in Italia, circondata da questi bambini a cui un pacchettino di matite colorate illumina la giornata. Per la prima volta, poi, ci siamo approcciate anche ai ragazzini più grandi, con i quali era un po’ più difficile abbattere le barriere, ma allo stesso tempo a cui era fondamentale che arrivasse il nostro messaggio, in modo che imparassero a sostenersi a vicenda e ad essere un punto di riferimento per i più piccoli. Per quanto, inizialmente, fossero più chiusi e imbarazzati dei bambini, piano piano si sono sgretolate tutte le barriere e ho avuto modo di rendermi conto di quanto anche loro, a prescindere dall’età, avessero bisogno di aprirsi ed essere accolti. Quel giorno sono arrivate le scorte di detersivo e dentifrici, scaricate dal camion tra lo stupore e l’allegria generale: ormai i nostri scambi col direttore iniziavano ad essere monotoni, perchè continuavano a fioccare ringraziamenti da entrambe le parti! Infatti, non posso negare che chi si è arricchito di più  in quei giorni a Babici, siamo state proprio noi, che abbiamo vissuto un’esperienza talmente preziosa da essere ineguagliabile.  Una delle storie che mi ha colpita di più è stata quella del “ragazzo delle pile”: un ragazzo alto alto con un grave ritardo mentale che non abbandona mai le sue pile, forse in qualche modo pensava di trarne energia. Quando Saverio gli ha regalato una pila di Tiger, completamente nuova per lui, l’ho visto traboccare di felicità. L’ultimo giorno denso di saluti veloci mi ha mandato un bacio con la punta delle dita con una delicatezza commovente e le sue pile ben salde nella mano. Fa immensamente male pensare a quale potrà essere il suo futuro, in un altro istituto sicuramente peggiore di questo, dove sarà condannato a trascorrere il resto della propria vita una volta diventato maggiorenne. Un altro meraviglioso regalo che ho ricevuto è stato un mozzicone di matita da parte della piccola Anja: la cosa più preziosa che aveva da offrirmi, la matita con cui aveva disegnato fino ad allora. Il penultimo giorno abbiamo assistito allo spettacolo organizzato per noi, durante il quale le manine dei bimbi seduti attorno a noi non hanno smesso un attimo di cercare i miei codini, tenermi una mano, cercare un contatto o un sorriso. Persino Alina, una bambina affetta da sindrome di down che il primo giorno era stata timidissima e ritrosa, prima di aprirsi nel gioco coi nastri con Pluffa, quel giorno in teatro era piena di sorrisi e abbracci per tutti: l’anno scorso a stento si lasciava avvicinare! Ma torniamo a mercoledì: avevamo dedicato quella giornata al laboratorio dei colori e degli animali. Siamo partite nella prima classe quindi con delle favole di Esopo tradotte passo passo dalla nostra Irina, armate poi di stencil, spugnette e barattoli di colore che alla fine gli abbiamo regalato. Man mano che pastrocchiavano con gli stencil o inzuppavano le mani nel colore per creare delle farfalle con le impronte, i bambini si scioglievano sempre di più, e accorrevano felicissimi a mostrarci i loro lavori. Ho notato un bimbo dall’aria timida che stava un po’ in disparte, con un astuccino di Spiderman accanto,e gli ho disegnato una ragnatela. Sembrava non gli importasse molto del mio tentativo di fare amicizia con lui, ma poco dopo mi sento tirare per la manica e mi vedo mostrare la mia ragnatela tutta colorata alla perfezione e illuminata dal meraviglioso sorriso di chi reggeva il foglio.

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Poi siamo passati in una classe di ragazzini più grandi, dove abbiamo giocato con gli stencil e i colori per il viso. Come dicevo prima, i ragazzi grandi erano un po’ più chiusi e timidi, ma dopo il proliferare di richieste di dragoni dipinti sulle braccia (e di gusti simili in campo di supereroi dei fumetti) il ghiaccio si è rotto facilmente, e le due dolcissime ragazze del primo banco ci hanno regalato dei loro disegni. In questa classe abbiamo anche ammirato il piccolo museo allestito dai ragazzi, dedicato ad oggetti tipici della tradizione bielorussa: culle, telai, strumenti musicali e abiti tipici che facevano parte della quotidianità dei loro antenati, ricreati e custoditi con cura nella stanza accanto alla loro classe.

Dopo il consueto pranzo offertoci dal direttore, nel pomeriggio siamo state in uno dei “salottini” che collegano le camerette dei dormitori dei bambini, dove abbiamo conosciuto un altro gruppetto di piccoli e Saverio ha messo un pò da parte la telecamera per prendere le redini dell’animazione. Mi ha colpita tanto una bimba in particolare, che non si staccava più da me, e continuava a ripetermi con aria meravigliata la stessa cosa, indicando il mio naso a cuore che la Irina mi ha spiegato significare “sei bellissima”. L’ultimo giorno è stata lei, infatti, a regalarmi la sua matitina. L’ultimo giorno, giovedì, sapevamo che c’era uno spettacolo in nostro onore e ci sentivamo immensamente grate per il calore di quell’accoglienza. Quel giorno siamo state  aiutate nella traduzione da una delle “grandi”, Vera, una ragazza di quattordici anni che, da quando ne aveva sette, viene ogni estate in Italia dalla sua famiglia adottiva a Forlì, e aspetta con ansia di compiere diciott’anni, in modo da poter essere libera di trasferirsi definitivamente da quella che, per lei, è la sua vera famiglia. Mentre aspettavamo che tutto fosse pronto per lo spettacolo, una delle signore dell’istituto, Maria, ci ha mostrato tutti i lavoretti che fanno i bambini, usando per lo più materiale di riciclo, come corteccia, lattine, fagioli, pezzetti di carta etc, Dopo aver ammirato la loro bravura, veniamo chiamate in uno spazio più grande dei soliti lunghi corridoi dove, a sorpresa, una schiera sorridente di bambini, capeggiata da uno di loro, ci mostra i loro balletti ed esercizi ai quali abbiamo miseramente cercato di partecipare anche noi, scatenando risate a destra e sinistra. Adesso era proprio giunto il momento dello spettacolo: abbiamo preso posto nel teatro, mischiandoci tra le file di bambini, in trepidante attesa, pronte a goderci lo spettacolo. E che spettacolo! I costumi erano stati cuciti da loro, non mancavano danze tradizionali che si mischiavano a canzoni moderne, e il direttore in prima fila dirigeva il tutto, visibilmente emozionato quanto loro e preoccupato per la buona riuscita dello spettacolo. Purtroppo non abbiamo avuto modo di fare il nostro discorso di ringraziamento subito, perchè i bambini dovevano seguire gli impegni dettati dal loro orario, ma abbiamo chiesto al direttore la disponibilità del teatro nel pomeriggio. Volevamo, infatti, riuscire a trovarci insieme a tutti i bambini dell’istituto per trasmettergli il nostro messaggio,  quello che più ci premeva, cioè l’importanza vitale di non relegare tutto il calore, gli abbracci, lo scambio alla parentesi clown di questi giorni. Abbiamo quindi fatto ricreazione con loro, e siamo uscite in cortile con un gruppetto con il pallone e i nastri, a giocare tutti insieme. In quell’occasione abbiamo notato come il loro pallone fosse malconcio, sgonfio, bucato e sbrindellato, e così gliene abbiamo preso uno nuovo che abbiamo consegnato il giorno dopo al direttore. Mentre giocavamo in cortile, notavo ancora una volta l’immenso bisogno di affetto di questi bambini: si accontentavano di prendermi le mani e guardarmi sorridendo, beandosi di quel tipo di contatto così poco familiare. Mentre qualcuno mi stringeva le mani ne arrivava un altro ad abbracciarmi, e poi un altro ancora. Notavo che, però, non facevano la stessa cosa tra di loro, ed era proprio questo che invece volevamo ottenere. Nella frenesia del gioco, una delle bimbe rompe il mio nastro rosso, al che vengo sommersa da una schiera di faccine affrante, che si passavano il povero nastro offeso di mano in mano per cercare di accomodarlo, mentre io mi affannavo, commossa, a tranquillizzarli della poca importanza del danno.  Finalmente abbiamo il teatro tutto per noi: mentre vengono radunati i bambini delle varie classi, la mia tensione e l’emozione aumentano: tocca a me infatti tenere il discorso di ringraziamento per i bellissimi giorni che abbiamo passato con loro, e non faccio che chiedermi come potrò riuscire a catalizzare l’attenzione di un’intero teatro gremito di bambini. La soluzione mi viene dal fornitissimo zaino di Red, dal quale pesco un fischietto a forma di becco con cui conquisto l’ordine a passo di papero. Il discorso che mi ero preparata è uscito fuori da solo, man mano che guardavo negli occhi questo o quel bambino, cercando di trasmettere ad ognuno di loro la nostra gratitudine e l’importanza del continuare a sostenersi e diffondere amore ed empatia come abbiamo fatto noi in quei pochi giorni. Per far loro prendere confidenza con queste strambe pratiche che avevano riservato solo a noi, quindi, abbiamo fatto il gioco degli abbracci: dovevano mettersi a coppie e imitare esattamente quello che facevamo noi. Quando hanno visto che dovevano abbracciarsi non sono mancate le faccine imbarazzate alla “urgh,e io dovrei abbracciare proprio lui?!” ma piano piano si sono sciolti e sono venuti nello spiazzo sotto il palco a provare tutti insieme. Però tanti ragazzini più grandi erano rimasti abbarbicati alle loro sedioline di legno, troppo timidi e orgogliosi per lasciarsi andare agli abbracci di gruppo come i più piccoli, quindi ho abbandonato la mia postazione sul palco per andare tra le loro file a blandirli uno per uno. Sorprendentemente (o forse no?) non aspettavano altro, perchè bastava l’invito della mia mano tesa che veniva stretta all’istante, per portarli al centro del gioco insieme agli altri. Spero che insieme al demone della mia timidezza, quel giorno in teatro sia stato sconfitto anche quello della loro, e che il seme del nostro messaggio abbia messo radici profonde. Gli abbiamo anche mostrato, sul palco, i regali che avevamo portato per loro: il lettore dvd, il twister con i piatti, i colori, i rocchetti di filo colorato e luccicante,etc. Quella sera sono tornata stanchissima, e siamo stati a cena con Victoria e la sua bambina, Nataša e suo figlio Hariton, che ci hanno lasciato dei pensierini per noi e per Nuvola, Pan e Pasticca che avevano conosciuto l’anno scorso. Domenica sera, prima del primo incontro con i bambini, li avevo sognati in trepidante attesa: mi capita la stessa cosa giovedì sera, prima dell’ultimo saluto di venerdì mattina, solo che stavolta i bimbi avevano volti e voci conosciute, e mi sono svegliata col cuore stretto. Quel giorno abbiamo dedicato non più di dieci minuti a classe, per cercare di riuscire a salutare tutti, e lasciargli le nostre calamite e il quadretto di Scrap for Smile, e rinnovare la nostra raccomandazione di ricordarsi di noi e sostenersi l’un l’altro in ogni momento. Una delle classi era quella di ginnastica, dove siamo state accolte con un balletto. La splendida donna che si occupa della loro educazione motoria ci ha raccontanto di come Vladi, un bambino dal sorriso splendido che ballava radioso, fosse stato paralizzato fino a cinque anni fa per colpa di una paralisi cerebrale. Era commovente vedere come tutti quei bambini, nonostante le difficoltà enormi legate alle loro condizioni fisiche, ballassero felici sotto l’amorevole guida di questa donna “migliore di un miracolo”. Purtroppo non ce l’abbiamo fatta a finire di visitare tutte le classi, quindi abbiamo lasciato i quadretti da consegnare alle classi mancanti e ci siamo tuffate a portare scompiglio nella loro ricreazione, per un’ultima immersione nei saluti e negli abbracci. Mi ha spezzato il cuore una bambina che ci chiedeva di portarla via con noi, in Italia, di venire ad abitare a casa nostra, ma sono stata abbastanza brava da trattenere le lacrime fino alla fine. Ma, mentre andavamo via, non ho potuto fare a meno di guardare le finestre, dove c’era una moltitudine di visetti pigiati e manine sventolanti, al che abbiamo guadagnato la via verso il cancello coi volti rigati di lacrime. Ed è proprio così che ci ha incrociate il direttore, piangenti e moccicanti verso il cancello, e visto che non c’erano più parole per ringraziarlo di averci permesso di passare questo tempo con i bambini  del suo istituto tutto è culminato in un abbraccio collettivo anche col direttore. Mentre mi allontanavo, sentivo un senso di impotenza schiacciante, la sensazione che avrei voluto fare di più per quei bambini, toglierli da quell’istituto, assicurare a ognuno di loro una famiglia, le migliori cure possibili, un cane, un gatto e un pappagallo, insomma tutto, nonostante loro ci fossero immensamente grati già così. Abbiamo avuto il morale triste per tutto il tempo, e l’imminenza della separazione con Irina non ci rendeva certo migliore l’umore, nonostante il pranzo nel bellissimo parco di Gomel. Un’emozione bellissima è stata la telefonata a Nuvola, a Gaza, nel pensare che proprio M’illumino, in quel momento, stava toccando contemporaneamente due realtà così dure, portando il nostro messaggio in due angoli del mondo lontanissimi. Quello che mi ha rimesso un pò in pace con il senso di impotenza e ingiustizia che mi pervadeva è stato vedere, in aeroporto, che i nostri compagni di viaggio erano un gran numero di bambini pronti a volare in Italia dalle loro famiglie adottive o in colonia per alcuni mesi, esperienza che permette loro di ridurre fino anche del 40% il rischio di contrarre tumori. Il nostro intento è proprio questo, come abbiamo promesso al direttore: riuscire a portare anche i bambini di Babici in Italia, e vedere quel gruppetto di bambini che volava insieme a noi verso una speranza di vita migliore è stato il miglior incoraggiamento che potessimo desiderare per lottare affinchè sempre più bambini possano avere questa possibilità.

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Report dott.ssa Pluffa

DOMENICA 24 APRILE 2016

1 GIORNO   -PARTENZA E ARRIVO-

Mi sveglio alle 5.00 con la voce di Red che mi dice: “Buongiorno! E’ un nuovo giorno e oggi è iniziato fottutamente presto!”E’ vero, penso, è fottutamente presto. E’ fottutamente presto per andare in una missione in Bielorussia. Mi sento piccola e impreparata. Cosa aspettarmi? A cosa essere pronta? E se non fossi in grado di portare lì la parte migliore di me? La parte che resta?

Il mio viaggio in Bielorussia si apre come un gran salto nel vuoto. Davvero non so spiegare bene quel misto di eccitazione e timore con cui mi sono svegliata il 24 mattina. Ad ogni modo, mi alzo e faccio colazione con Red e Piffero ( evito il caffè apposta, per cercare di riposare ancora un po’ in macchina e non tendere subito i nervi) e insieme aspettiamo Saverio che arriva verso le 6.15. Si parte alle 6.30. Il viaggio è  molto tranquillo. Arriviamo a Orio al Serio anche un po’ in anticipo e tutto fila liscio, anche se l’aereo non mi piace particolarmente ( per fortuna c’è Red che lacrima dal ridere nel vedere la mia faccia mentre decolliamo e per fortuna ci sono le facce di quelli seduti vicino a noi, che non capiscono come sia possibile ridere così di me. Così rido anch’io). L’arrivo a Gomel è strano. Mi aspetto uno scossone emotivo che non arriva. E’ vero: c’è qualcosa di diverso e le divise mettono un po’ d’ansia. Ma è ancora tutto indefinito, solo una landa desolata ( particolarmente simile a certi scorci della pianura padana) e un piccolo aeroporto spoglio. E’ cambiato il Paese ma non l’ ambientazione e Gomel deve ancora stupirmi. Conosco Irina poco dopo e la prima cosa che penso è che è bellissima e che le arrivo a metà schiena. Sono alte le donne bielorusse. C’ e anche Sergej, il nostro autista e dopo aver sistemato i bagagli nel furgoncino rosso ( che promette bene) partiamo tutti insieme verso il nostro appartamento a Reciza. Mentre viaggiamo continuo a pensare che il paesaggio mi ricorda casa mia. E anche questo è un buon segno. La povertà di questi luoghi mi si manifesta la prima volta quando metto piede sulle scale e nell’ ascensore del  nostro condominio: sembra un palazzo abbandonato a guardarlo da qui. Quando entro in appartamento ho la sensazione di essere nel cast di Goodbye Lenin e, a dirla tutta, questa cosa mi piace, anche se pensare che quella sia la normalità delle case di Reciza e Gomel non è per nulla divertente. Siccome siamo affamati ed è tardi, posiamo i bagagli di fretta e andiamo al ristorante, cioè, a un ristorante-night o una cosa simile, in cui a me e Piffero viene chiesto il passaporto per entrare ( con questa cosa convivo da anni, ma va bene, mi fa ancora più clown). Durante la serata capisco 3 cose: che i bielorussi bevono tanta vodka, che la cucina locale è buonissima e che Irina ha una santa pazienza ed è una grande donna.

Torniamo a casa dopo una bella serata e ci mettiamo a letto. La coperta è una sola e un po’ strappata e le lenzuola sono singole anche se il letto é matrimoniale. Penso che è incredibile vedere una situazione così diversa a tre ore d’aereo da casa mia. Penso che sono davvero piccola e del mondo non so nulla. Mi ritorna quella strana sensazione di paura e eccitazione: domani sveglia alle 8.00..e poi Babici.

LUNEDI’ 25 APRILE 2016

2 GIORNO  -BABICI-

A Babici veniamo accolti dal direttore: Gregory Popovich.

Sembra una persona per bene e ha lo sguardo buono. Ci accordiamo un po’ su come pensiamo di organizzare le giornate e sui laboratori nelle varie classi. Ci accompagna in una sala grande che fa da piccolo teatro per la nostra presentazione e uno spettacolino che abbiamo preparato in Italia. Sono agitata perchè odio il palcoscenico e non mi sento capace. Ad ogni modo lo spettacolo finisce e i bambini sono divertiti. Io comunque ho voglia di uscire di lì e iniziare a lavorare individualmente.

Partiamo con la prima classe: quella dei più piccoli. Veniamo accompagnati al piano superiore e la sensazione che ho è di essere trasportata dalle mie gambe quasi per inerzia, senza sapere bene perchè. Greg ( alla fine lo chiamavo così per comodità e perchè mi piace di più)  ci chiede come mai secondo noi i muri sono pitturati di colori diversi e Red risponde quello che pensiamo tutti: è più allegro per i bambini. Ci spiega che se un muro viene colorato a macchie di colore, se ci sono lavori da fare o si rovina, si può comprare solo una piccola quantità di un colore a caso, invece di tanta vernice di un colore in particolare. Costa meno. Finalmente arriviamo nella prima camera. L’impatto è forte: un gruppo di cuccioli d’uomo belli come il sole si illumina solo perchè siamo arrivate noi; ci corrono incontro, ci abbracciano, “a gratis” come si dice nel gergo giovanile. So di non spiegarmi bene, non è facile, anzi è impossibile spiegare a parole quello che ho sentito. Lo sapevo già che ci sono nel mondo degli orfanotrofi in cui i bambini vivono con poco o nullo affetto e nella povertà e che sono bambini speciali perchè gli basta poco per sorridere..lo sapevo..ma saperlo non è sentirlo. Entrando in quella stanza ho sentito tutto questo. Ho sentito quanto valevo  per loro in quel momento. E non valevo tanto semplicemente perchè ero buffa e colorata. Valevo tanto perchè li abbracciavo, gli davo attenzione, li coccolavo, li guardavo. L’impatto è forte e mi spiazza. Cerco di pensare a cosa fare, all’organizzazione, al gioco, ma mi sento bloccata da queste emozioni. Ci vado piano. Cerco di capire la situazione e di capire me stessa nella situazione. Tutto troppo strano, troppo forte, troppo bello. Tutti i bambini giocano con noi e ridono di quella risata piena e limpida che fa trasparire tutta la loro genuinità, la loro verità e la loro  voglia d’affetto. Tutti, tranne una: Alina, una bambina di 5-6 anni credo, con la sindrome di Down, non vuole essere avvicinata, toccata, non vuole giocare. Decido che voglio provare a sbloccarla, ma non so come fare. Piffero le mette vicino dei giochi suggerendo che magari intanto avrebbe iniziato a giocare da sola, mentre noi ci buttiamo in un festival di marionette, occhiali, colori, abbracci e baci con gli altri bambini. Ogni tanto cerco di farla venire verso di me, ma niente… Ad un certo punto prendo dei pennarelli con la punta a stampino e inizio a fare stampini sugli altri bambini vicino ad Alina; sui nasini faccio stampini a cuore e a stella. Incredibilmente anche Alina me ne chiede uno sul naso, ma dopo averglielo fatto mi allontana con la mano. Torno a giocare con gli altri. Passa un po’ di tempo così, e dopo un po’ noto che Alina non è più seduta sulla stessa sedia, ma si è alzata e sta giocando lontana da tutti con un nastro rosso. Allora mi avvicino e provo a giocare con lei. Magicamente inizia a giocare con me e ancora più magicamente dopo poco tempo ha le braccia intorno al mio collo. Magico é l’aggettivo giusto. C’e della magia in quest abbraccio e c’è purezza e calore e colore e luce. Da allora non smette più di abbracciarmi e di stare con me. Inizia la pausa pranzo e me ne vado di fretta, perchè quando ci si deve muovere, in Bielorussia tutto viene fatto in modo frenetico. Difficile per le mie gambe corte stare al passo veloce delle tate. Penso al viso triste di Alina mentre la saluto e mi sento triste e in colpa. E’ durato troppo poco il nostro incontro.

Il direttore ci porta in una specie di salottino con un tavolo e delle sedie di legno vicino a una cucina. Ci spiega che avremmo mangiato insieme quel giorno e ci offre questa specie di breakfast fatto di dolci al burro, salame, formaggio, pane e the, il tutto accompagnato da bicchierini di vodka che si riempiono quasi di continuo. La faccia di Saverio che vuole scamparla raccontando che in passato è stato male con la vodka e quella di Piffero che al massimo riesce a bere qualche goccia di crema di limoncello mi fanno morire dal ridere. Io mi guadagno l’appellativo di “vera donna bielorussa” e mi fa molto piacere. Si, la vodka bielorussa mi piace da matti. Durante il pranzo parliamo con Greg del nostro progetto di M’illumino, di cosa facciamo nella vita, e appreziamo la sua schiettezza quando chiede: “ma fate solo chiacchiere come altri o volete portare davvero questi bambini in Italia?”. Gli rispondiamo che non possiamo prometterglielo ma ci avremmo provato.

Dopo la pausa veniamo accompagnati in un’ altra stanza. Qui i bambini sono un po’ più grandi ma la  reazione è uguale: per loro siamo fantastiche e io non riesco a non perdermi in quegli sguardi stupiti e grati, tanto che faccio fatica a gestire l’insieme delle cose e non riesco a ricordarmi che Saverio sta facendo un video e io dovrei rimanere davanti alla videocamera. Cerco di lavorare comunque sul contatto: metto il telo-paracadute colorato di Red in mano a uno dei più grandini e con lui cerco di imprigionarci qualcuno dei suoi compagni e con la scusa si finisce tutti a terra a strapazzarsi di coccole. Vedo che anche quando io mollo la presa e non gli indico più chi “catturare” col telo, lo fa da solo, arriva alle spalle di uno dei più piccoli e lo abbraccia da dietro con il paracadute e allora tutti si rotolano in terra. Fantastico. Cerco di fare il gioco del Twist con Rosi e altri due bambini, ma la piramide crolla in fretta e cambio rotta, torno sul contatto individuale con marionette, palloncini, timbrini e faccio il gioco del sacco-scambio con tre bambini: riesce e loro si tengono per mano e sorridono. Conosco Igor, un bambino che parla un po’ di italiano, che mi dice subito che vuole tornare in Italia. Se, ora che sono tornata a casa, ripenso a Babici, lui è uno dei volti che mi viene in mente immediatamente. E’ uno di quelli con cui ho avuto la sensazione di trovarmi in modo naturale. Ciao Igor, spero che tu mi stia pensando come ti penso io.

 L’ora e mezza qui passa in fretta e l’autista ci sta già aspettando fuori. Nel furgoncino ho un misto di emozioni diverse, ma non riesco a pensare molto perchè sono esausta e ho bisogno di staccare il cervello. Arriviamo al supermercato per prendere acqua e cibo per i prossimi giorni. E anche qui senza Irina saremmo persi, dato che ci traduece ogni cosa che le chiediamo per capire cosa comprare. Grazie Irina, non ti abbiamo mai vista stanca anche dopo intere giornate di lavoro.

A casa l’addetta alla cena è Red: ci cucina una pasta tipica e pollo con cavolo ( l’avevamo preso come insalata ma siamo tre geni e non ci siamo accorte per tempo che anche se era comunque verde non era lattuga!). Con Saverio scopro che c’è un supermercato anche sotto casa nostra e ci compriamo delle birre tipiche. Ceniamo, parliamo di religione e massimi sistemi e andiamo a letto.

Sento un turbinio di emozioni: schifo per le ingiustizie, tristezza per la loro condizione, ammirazione per la loro forza e il loro coraggio, senso di gratitudine per la fiducia che ripongono in me. Ma non ho ancora la sicurezza di saperci fare, di fare le cose giuste, di piacermi. Penso che avrei potuto fare di più, che potevo essere meno bloccata o impacciata. Penso che devo lasciarmi andare. E mentre penso a tutto questo mi addormento esausta. Domani è un altro giorno.

MARTEDI’ 26 APRILE 2016

3 GIORNO – GOMEL

Anche martedì partiamo verso le 9.00, ma questa giornata non è dedicata a Babici ma a Gomel, dove dobbiamo sbrigare altre commissioni.

Purtroppo piove a dirotto e so già che non riuscirò a godermi molto della città. Comunque, dopo una quarantina di minuti arriviamo e incontriamo Victoria e Natasha che conoscono già Red e la vogliono salutare. Ci incontriamo in un posto stranissimo: un pullman-bar gestito da un signore che ci offre il caffè e risponde a qualche domanda di Saverio. Ci fa vedere che ci sono delle panchine e una mezza auto attaccata al muro che fa da nuovo spazio fumatori. Se fumassi avrei provato a sedermici per una sigaretta. Dato il tempo orribile decidiamo di prendere un the al chiuso e andiamo a vedere un negozietto di roba fatta a mano da piccoli artigiani: è pieno di cose bellissime! Compro una collana che ha un ciondolo con la Luna in rilievo; per me la luna ha un significato importante: la collego al guardare il mondo da una prospettiva superiore. Prendiamo una tisana buonissima, di cui ci spiegano la lavorazione, insieme alla proprietaria del negozio. Ci raggiunge anche Hariton, il figlio di Natasha, un metro e novanta di Mr Gomel, e si chiacchiera di usi e costumi, di cibo, della vita dei giovani. L’atmosfera è distesa. Su proposta di Hariton, prendiamo un bus che ci porta di fronte a un palazzo di 12-13 piani e saliamo fino alla terrazza per vedere Gomel dall’alto: uno spettacolo. Le emozioni sono rese più vere dal fatto che il palazzo non ha ovviamente nulla di turistico, anzi, non ha neanche delle ringhiere di protezione e per le scale ci si può fare male. Mi sembra davvero di essere in un film vecchio in cui la banda di scapestrati entra illegalmente in un palazzo abbandonato per sentirsi rivoluzionaria. Da quassù il cielo sembra più vicino.

 Ci salutiamo con la promessa di rivederci presto e io, Red, Piffero, Saverio e Irina cerchiamo un posto in cui mangiare. Se non ho capito male Red ci porta in un posto che ha conosciuto l’anno prima: una specie di pub-trattoria-mensa in cui fai la fila col vassoio e scegli le portate. Tutto buonissimo. Risvegliamo Saverio che riesce ad addormentarsi ovunque e in ogni posizione, prendiamo un caffè e partiamo verso un centro commerciale in cui, dopo una serie di “su e giù” compriamo tre computer che portiamo all’istituto di bambini sordi di Gomel. Qui conosciamo Olga, che ci porta in una classe in cui facciamo un intervento breve. Noto che rispetto ai bimbi di Babici ( sarà anche per il fatto che abbiamo avuto poco tempo) questi bambini sono più giocherelloni e scatenati ( non fraintendete, sono sottigliezze, gli abbracci e i baci arrivavano lo stesso, solo che in alcuni momenti a Babici ho avuto proprio l’impressione che il gioco passasse molto in secondo piano e che si potessero passare anche due ore esclusivamente stretti in un abbraccio silenzioso), facciamo palloncini e giochiamo insieme. La nostra attenzione viene catturata soprattutto da un bambino più scontroso. Io non capisco che cosa mi dice, gli do un palloncino a forma di cane ( scopro dopo che voleva una spada) e lo butta via spingendomi. Red lo prende in braccio e lui si divincola tirando sgambate. Peccato che il tempo è poco e dobbiamo scappare, creare un rapporto con quel bambino poteva essere la nostra sfida del giorno. Ad ogni modo la campana suona e noi lasciamo l’istituto accompagnati da Olga che ci porta a fare una sorpresa a Iliuba, un’altra signora che conosce Red: Ci fa vedere la casa e rilascia una piccola intervista a Saverio sul disastro di Cernobyl. Noi tutte percepiamo la difficoltà nel raccontare le conseguenze del disastro. Ci sentiamo impotenti.

L’ultimo nostro compito è portare una lettera di Federico al centro diabetici, perciò salutiamo Olga e Iliuba con un abbraccio e ci dirigiamo verso il centro. Qui ci accolgono con entusiasmo Raissa e le altre meravigliose donne che gestiscono la struttura. Ci offrono dolci e the e Red legge la lettera per loro da parte di Nuvola. Entusiaste, ci fanno vedere le foto della consegna delle striscette ai bambini diabetici. L’atmosfera si fa più triste quando Saverio ci chiede di fare silenzio mentre intervista le fondatrici del centro. Raissa racconta del figlio malato di diabete e di sclerosi multipla, dei bambini che non hanno abbastanza striscette per controllare la glicemia, di quelli che hanno seppellito, delle radiazioni, dei tumori e delle malformazioni, dell’importanza per questi bambini di venire in Italia a disintossicarsi. Tutta colpa di Cernobyl, tutta colpa dell’uomo. Sento rabbia e tristezza e piango. Sono le mie prime lacrime nella missione.

Si è fatto tardi e dobbiamo tornare a casa. Nel viaggio di ritorno non ho molta voglia di parlare. Arriviamo in appartamento stanchi, cerchiamo di rilassarci mangiando qualcosa, chiacchierando e poi pensiamo al giorno dopo a Babici: è la giornata dei colori!

MERCOLEDI’ 27 APRILE 2016

4 GIORNO  -LA GIORNATA DEI COLORI-

Decidiamo di riposare un’ora in più.

Arriviamo a Babici per le 11.00 col materiale per colorare e delle storie da leggere. Veniamo portati in una classe con bambini intorno agli otto anni e io leggo una storia sugli animali che deve servire da introduzione per disegnarli e colorarli con tempere, spugnette e stampini. La storia non piace e io penso: “Ok, lasciamo perdere le storie!”. Si parte quindi coi colori, disegni e tempere e i bimbi sono felici. Ma il nostro obiettivo solito è sempre il contatto fisico e prenderci a pieni polmoni i loro abbracci e baci. Non ho mai ricevuto così tanto affetto tutto insieme in tutta la mia vita. Regaliamo delle matite colorate, quattro per uno. Piffero mi dice che una bambina era contentissima perchè secondo lei erano tante! Come ogni volta, quelli che attirano la mia attenzione sono i bimbi che stanno più in disparte, i più silenziosi e anche qui ne trovo uno: ha gli occhi scuri e un po’ strabici, è seduto da solo ed è la dolcezza fatta a persona. Mentre gli altri sono intorno a  Red e Piffero a saltellare felici, lui mi  prende il braccio per farmi vedere che non solo ha colorato quello che abbiamo detto noi, ma ha disegnato Spiderman su un altro foglio copiandolo da un astuccio. Mi sorride e io mi siedo vicino a lui e rimaniamo abbracciati per qualche minuto in silenzio.

Salutare la classe è sempre difficile, perchè le facce dei bambini si rabbuiano e tu vorresti non lasciarli così. Facciamo un abbraccione collettivo e andiamo verso un altra classe. Qui sono più grandi, perciò i colori e i disegni servono solo come sottofondo e cerchiamo subito di sederci con loro e rompere il ghiaccio. Due ragazzine sedute in prima fila sono meravigliose: una si chiama Dasha e ci regala i suoi disegni bellissimi. I loro abbracci spontanei sono diversi da quelli dei più piccoli, che sono più gioiosi. Con loro, soprattutto con Dasha che non mi abbraccia col sorriso,  ho la sensazione netta che mi dicano: portami con te. Un altra bimba dolcissima è seduta da sola e ride guardandoci, ma da lei, anche se ci provo e ci riprovo, non riesco ad avere un contatto e mi dispiace tantissimo, però sono contenta che sia emozionata e felice. Le siamo arrivate comunque. Mi ricordo anche benissimo di Viky, la più grande della classe, e di “ragnatela” ( lo chiamo così perchè non so il nome, ma Red gli ha disegnato una ragnatela vicino all’occhio sinistro), il ragazzino più grande, meno espansivo, con cui però Red riesce a giocare.

E’ tempo della pausa e noi salutiamo anche loro. Raggiungiamo il direttore: è arrivato il carico di detersivi e dentifrici da M’illumino. Prima di aiutare a scaricare mi guardo intorno: sono tutti entusiasti e a Greg brillano gli occhi e brillano anche a noi. Siamo tutti commossi e Greg non sa come ringraziarci. Non sa che neanche io so come ringraziare per tutta l’emozione che provo in quel momento. Do una mano a scaricare insieme alle altre claune e ai ragazzini più grandi e me ne vado dall’ufficio del direttore carico di detersivi e dentifrici, il nostro regalo per loro, apprezzato molto più di quanto io apprezzi il mio regalo di Natale. Greg ci avvisa che il giorno dopo i bambini si sarebbero esibiti in uno spettacolo per noi e noi siamo entusiaste. Nel pomeriggio veniamo portati  in una specie di laboratorio in cui ragazzini più grandi e insegnanti fanno cose magnifiche! Altro che i lavoretti che mi facevano fare alle elementari! Qui le cose cambiano un po’ perchè ci sono tanti ragazzini più grandi, ed è bello perchè i maschietti di 13 anni si vergognano un po’ a farsi vedere dagli amici a dare bacini a tre claunesse. Però alla fine non abbaimo dovuto fare molti sforzi per prenderci anche le loro coccole! Io mi approccio come la smorfiosa che vuole il baciamano e i baci sulla guancia e funziona, perchè alla fine, con la scusa di rubarmi il cappello, mi abbracciavano loro, e siccome son più grandi stringono di più. Penso proprio che in quegli abbracci sento tutto l’amore di cui hanno bisogno le persone in generale e i bambini in particolare. Penso che è così facile.

L’ultima stanza della giornata è riempita da bimbi più piccoli. Fatico a gestirli tutti. Per fortuna Saverio inizia a dare spettacolo e scopriamo che è un vero clown! Giochiamo tutti insieme e concludiamo la giornata col tiro alla fune.

Anche per oggi il tempo è concluso e Sergej ci aspetta in macchina con moglie e figlie troppo carine. A casa decidiamo che il giorno dopo, che era l’ultimo, avremmo dovuto lasciare un messaggio per loro. Vado a letto pensando che l’ansia di non essere all’altezza della situazione è passata. Che per quei bambini valgo qualcosa che va oltre lo spettacolo. E va benissimo così.

GIOVEDI’ 28 APRILE 2016

5 GIORNO  -L’ULTIMO GIORNO-

E’ il nostro ultimo giorno a Babici e cerchiamo di concentrarci sul fargli capire che devono sforzarsi di mantenere quel calore tra di loro, anche dopo la nostra partenza. Che devono coccolarsi e darsi forza come hanno fatto con noi.

La mattina aspettiamo lo spettacolo che hanno preparato per noi insieme a Maria, la moglie del direttore, e Vera, una ragazzina di 15 anni che ogni estate va a Forlì e che sogna di andare dalla “mamma italiana” una volta compiuti 18 anni e di fare la parrucchiera come lei. E’ bello sapere che con molta probabilità sarà proprio così. Durante la ricreazione ci troviamo a passare per i corridoi fino a uno spazio ampio centrale dove scopriamo che i bambini fanno ginnastica guidati da ragazzini più grandi che eseguono i movimenti. Ci vedono e ci corrono incontro. Ci abbracciamo tutti insieme. Alzo lo sguardo e vedo Alina al lato opposto della stanza. Anche lei mi vede e mi corre incontro. E’ il regalo più bello della giornata.

Vera rimane con noi tutto il giorno per darci una mano con la traduzione, siccome Irina sarebbe tornata solo nel pomeriggio, e insieme a lei e a Maria, visitiamo la stanza dei lavoretti: lavoretti è riduttivo, per me sono vere opere d’arte.

Verso mezzogiorno ci dirigiamo in teatro e lo spettacolo che hanno preparato per noi è meraviglioso! Ammetto di essermi un po’ vergognata del mio e sorrido tra me e me. Facciamo la solita pausa pranzo e approfittiamo di un po’ di tempo per giocare con un gruppo di bambini fuori. Non giocavo a palla da anni ed è stato stupendo! Mi sentivo una di loro. Ritorniamo in teatro dove li salutiamo con un discorso di ringraziamento tenuto da Piffero, facciamo degli esercizi sull’abbraccio e dei mega “girotondo abbracciosi”, Finiamo urlando tutta l’energia che abbiamo dentro; non ci sono ruoli, non ci sono differenze, loro sono clown e noi bambini. Ci sentiamo un tutt’ uno.Sento la differenza nel io approccio alla situazione rispetto ai primi giorni. L’atmosfera è talmente gioiosa che sento una grande energia positiva dentro di me. Sembra una festa.

Concludiamo la giornata regalandogli un palloncino a testa. La cosa che mi ha fatto più piacere è stato vedere come i ragazzi più grandi mi abbracciavano spontaneamente per salutarmi. Come ho detto prima, i loro abbracci sono diversi da quelli dei più piccoli. Sergej, un ragazzino di 15 anni, mi guarda e mi dice in italiano: “Grazie Pluffa”… Grazie e te, piccolo uomo dagli occhi dolci.

Torniamo a casa dopo avergli detto che il giorno dopo saremmo passati la mattina a lasciargli dei pensieri e per un saluto veloce. Sono felice. Sento che gli ho lasciato qualcosa. Sento che mi hanno lasciato tanto. Sento che ogni essere umano ha in se un grande potere. Siamo tutti più rilassati, mangiamo al ristorante con Victoria, Natasha e Hariton che ci vogliono salutare. Red ringrazia con un discorso e Victoria si commuove. Io abbraccio tutti perchè l’abbraccio è troppo bello. Ormai ci ho preso gusto!

Vado a letto un po’ triste perchè il viaggio è già finito, ma felice per quello che mi ha lasciato.

VENERDI’ 29 APRILE 2016

6 GIORNO  – SALUTI E RITORNO IN ITALIA-

Torniamo a Babici per un saluto di corsa.

L’idea è di passare in ogni classe a lasciare un qudrettino e una calamita come nostro ricordo e come ricordo dei consigli che gli avevamo dato il giorno prima. Purtroppo non riusciamo a passare in tutte le classi. Il tempo stringe e l’aereo non aspetta. Per fortuna una delle classi in cui riusciamo a salutare i bambini è quella di Alina. E’ triste perchè andiamo via e sta di nuovo un po’ sulle sue. Penso che non riuscirò a salutarla come vorrei, invece mi abbraccia e a me scende una lacrima. Ti voglio bene Alina. Riusciamo a ballare con altri bambini all’aperto, durante la loro ricreazione e ad abbracciarci tutti di nuovo.

E’ tempo di salutare davvero adesso. Ci dirigiamo verso il nostro furgoncino e ci giriamo verso l’istituto: i meravigliosi bambini bielorussi ci guardano dalle finestre e di colpo la felicità se ne va. Rimane la tristezza perchè non vorresti lasciarli. Rimane il senso di colpa perchè tu sei libera di tornare a casa dai tuoi e non fatichi  a comprarti il dentifricio. Rimane la rabbia perchè tutto questo non è giusto.Torniamo a casa consapevoli di tutte le cose belle che ci siamo scambiati, ma i nostri cuori sono tristi. Sarà difficile tornare alla quotidianità, perchè la sensazione è quella di aver lasciato un mondo in cui traspare l’essenza dell’ essere umano con grande facilità e sai che non ti succede in un contesto diverso come in Italia.

A Bergamo decido di rimanere dai miei. Li abbraccio appena li vedo e quella notte mi addormento con mia mamma. La mattina dopo mi sveglio pensando a loro. Penso anche a Irina. Non ne ho parlato molto nel mio report ma è una donna fantastica. Sono molto felice di averla conosciuta.

Ringrazio M’illumino per l’opportunità di questa esperienza e perchè insieme siamo riusciti a fare arrivare un grande aiuto materiale a quelle persone. Ringrazio Red perchè ha organizzato tutto e mi ha insegnato molto. Ringrazio Piffero per aver condiviso con me anche questo viaggio. Ringrazio Saverio per averci accompagnato e per i momenti condivisi. Ringrazio Irina perchè senza di lei non saremmo stati in grado nemmeno di fare la spesa o mangiare fuori casa e per quello che ci ha detto quando ci siamo salutati.

Ringrazio i bimbi di Babici. Vorrei che sapessero che prima di partire i miei amici mi chiedevano come avrei fatto a comunicare con loro, data la lingua diversa.

Sento di non aver mai comunicato così tanto in vita mia.