Palestina 2019

Pubblicato da Dott. Plotter il

Toc! Toc! Chi è? Siamo noi…

È così che si risponde quando si torna a casa no?! Ebbene sì, questo è quello che ti regala la Palestina. Forza, amore e quella sensazione di sentirti sempre a casa. Il vento e il freddo svaniscono con il calore e l’accoglienza di Giorgia e Simona che vengono a prenderci alla stazione dei bus.

Arrivati a Ramallah il pensiero è uno, unico. Indossare quella piccola maschera rossa. Piccola quanto potente nel buttar giù muri e barriere. Quella maschera chiusa in una valigia che, come in un film di magia, balla sul pavimento di una camera impaziente di uscire. Ma ora tutti a letto, il bello deve ancora venire.

È lunedì… pronti sull’attenti! Facciamo l’appello: animaletti blu e arancioni fatti di palloncini? Presenti! Gruppo di spade pronte a far piovere bolle di sapone? Ci sono! Fiori dai mille colori per profumare le stanze dei bambini? Nello zaino!

Magia, trucchi, colori, espressioni gioiose e spensieratezza: indossati i nostri nasi rossi, siamo un mix di agitazione e attesa, carichi come un fuoco d’artificio che aspetta di esser acceso… eeee BOOM!!! Sono queste le uniche esplosioni che vorremmo ascoltare nel mondo. Fatte di sorrisi e risate… come quelle che ci hanno travolto al An-Najah Hospital University [1] di Nablus. È proprio lì, all’interno del reparto di oncologia, che i sorrisi e la voglia di giocare dei bambini provenienti da tutta la Cisgiordania e dalla Striscia di Gaza sbucano fuori dalle mascherine. La mattinata passa tra battaglie di palloncini fatte per disintegrare il dolore e ricucire la speranza, bolle di sapone che – bubblebubblebubble – si librano nell’aria e ti solleticano i piedi… aaaah che gioia! Un telo colorato fa da cornice alle urla spensierate e ai volti colorati dei bambini.

Che sia autismo, cancro o chissà cos’altro… in quel momento non importa, siamo tutti oltre il dolore, oltre la paura… e il sorriso, ancora una volta, è l’unica cura.

Portata sul naso la maschera rossa si annientano anche le ansie e le paure di chi la indossa.

È sera… gli occhi chiusi e il cuore aperto.

Il cielo è lo stesso, la culla del piccolo tondo rosso no… Buonanotte dal Campo di Balata.

Svegliaaaaaaaaaaaaaa!!!!!!!!

Colazione, maglietta arancio e bianca, pantaloni enormi e rossi, bretelle a righe, palloncini che scoppiano… di felicità!

Oggi sono più di cento i piccoli bambini che ci osservano increduli davanti un palloncino enorme, ai buffi inseguimenti e ai nasi colorati. Ad aspettarci nel teatro dello Yafa Cultural Center sono i bambini del Campo di Balata. Lo Yafa Cultural Center è uno spazio culturale in cui sviluppare talenti e abilità, costituito attraverso un’iniziativa del Comitato per la difesa dei diritti dei rifugiati palestinesi che si impegna per migliorare le condizioni culturali e intellettuali degli abitanti della Palestina. Il lavoro quotidiano verte principalmente sul tema della consapevolezza dei diritti umani e dell’autocoscienza dei rifugiati attraverso l’educazione civica: è così che si prova a raggiungere l’obiettivo di aiutare i palestinesi nella promozione di un’identità forte e indipendente e consentire risultati positivi in futuro sfuggendo ai devastanti effetti dell’occupazione israeliana in corso. Un altro obiettivo è quello di supportare le donne nelle comunità locali, con particolare attenzione al miglioramento della loro posizione sociale, incoraggiando la partecipazione attiva allo sviluppo della società palestinese.

Il divertimento è totale. Nostro e loro. Improvvisiamo su tutto! Balliamo, ridiamo… crolliamo a terra saturi di felicità.

Shukran, grazie, thank you.

Grazie a voi!

Tra dubbi e incertezze ci svegliamo in direzione Erez… sì, oggi entriamo a Gaza.

Emozione e agitazione la fanno da padrona. Paura? No, è solo voglia di arrivare il prima possibile da chi ormai sentiamo amici, fratelli, famiglia. Voglia di guardarsi negli occhi, abbracciarsi e ridere. Non importa se la lingua non è la stessa, se il nostro inglese non è perfetto: quando siamo lì non c’è alcun problema di comunicazione. È qualcosa che non so ben spiegare, è l’essere parte di tutto quel che è Gaza, la Palestina. È magia.

Entriamo senza grossi problemi. Sento che potrei quasi girar da solo – poi certamente mi perderei -, ma la sensazione è quella. I profumi, i sorrisi, i clacson che suonano ogni secondo. Facciamo un pieno di tutto.

Eccoci davanti l’ospedale al-Rantisi. Maroosh e Aloosh sono lì ad aspettarci. Ci abbracciamo, forte.

Un minuto, due, dieci ed eccoci lì, tutti con camice e naso rosso. Come se ci fossimo salutati la mattina prima. I palloncini e il suono della voce, inconfondibile, di Aloosh,  l’attenzione e la dolcezza di Maroosh in ogni suo gesto, le risate di Gomitolo, i bambini che ridono, le madri e le professoresse che ti riconoscono dopo un anno.

Dalla dialisi ci spostiamo al piano superiore in oncologia. Il reparto è nuovo, bellissimo… pieno di colori! Vivo, come vivo e alto è il livello di gioia che i nostri amici riescono a tenere in uno spazio che inevitabilmente ti cambia il volto non appena ci metti piede. Suoniamo e cantiamo, i bambini si stupiscono osservano i giochi di prestigio, ridono per un calzino puzzolente o un palloncino che vola via. È Gaza… è casa.

Il pomeriggio trascorre tra chiacchierate e scambi di consigli su modi di lavorare, confronti sulle differenze che possiamo trovare nei vari reparti, anche culturali.

Non è mai semplice trovare la forza di stare in piedi davanti a una madre che crolla di fronte la malattia del proprio figlio, immaginate doverlo fare in un territorio di per sé difficile, dove boati, esplosioni di bombe, situazioni di assedio e isolamento rappresentano la quotidianità.

Durante quest’ultima missione il tempo scorre veloce ed è poco.

È giovedì… siamo nuovamente carichi di forze dentro l’ospedale. Con Fufu, Sara e i bimbi incontrati anche la mattina precedente.

È tempo di saluti, ci riabbracciamo lì dove eravamo stati accolti: non è un addio… è un a presto!

Tutte le volte la sensazione è la stessa: è un posto magico, forte, resistente.

Il viaggio di ritorno in macchina è accompagnato da risate, canzoni ed attimi di silenzio…

Ripensandoci, forse non è stato un caso aver cantato “Che fretta c’era…” Potevamo rimanere più tempo?! Ma non dipende da noi…

Direzione Ramallah.

Venerdì… Campo di Aida.

Aida Camp è uno dei campi per rifugiati più vecchi, 6500 persone vivono in un chilometro quadrato dal 1948, anno in cui è iniziata l’occupazione militare della Palestina. Da allora i diritti umani fondamentali sono violati quotidianamente dall’occupazione israeliana: dalla libertà di movimento al diritto all’educazione e all’infanzia, e persino l’accesso alle risorse energetiche.

All’interno di Aida, in questo contesto così complesso e di continua violazione dei diritti umani, da anni, il centro culturale Amal Almustakbal rappresenta il luogo più importante, alternativa non solo alla dispersione scolastica, ma anche al processo educativo assente a causa dell’occupazione: vengono organizzate diverse attività per bambini e ragazzi, dai corsi di inglese e italiano a quelli di fotografia, videomaking, giocoleria e molto altro.

Anche qui siamo tra volti amici e facce conosciute. Ritroviamo, ancora una volta, la stessa aria di casa. Merito anche di Belal che ci ospita e accoglie nei nostri tre stupendi giorni di permanenza fatti di file interminabili di bambini coinvolti nelle nostre attività. Il pennello di Gomitolo accarezza ogni bimbo, mentre i super Clown, Giorgia e Wolf, mi aiutano a costruire palloncini in ogni loro forma.

Al mattino raggiungiamo i bimbi dell’ospedale di Beit Jala, a Betlemme. Sono solo tre, inizialmente timidi, e ci osservano. Un gioco di prestigio, un palloncino, un dito che suona… da dietro quella mascherina che gli copre la bocca spunta il primo sorriso, poi un secondo, e infine grandi risate che riempiono la stanza e annientano ogni tristezza.

Oggi Pan e Gomitolo si salutano… tornano ad essere Andrea e Rachele.

Simona, Giorgia, Francesca, Ahmed, Belal, Wolf, Ale e Fede, Amal, Mohie, Samara, Aloosh e Maroosh, Yousef: grazie a chi in ogni momento ci ha regalato sorrisi, a chi ci ha offerto casa e ospitalità. Grazie per tutto quello che siete e che fate.

E grazie infinitamente al CISS che anno dopo anno ci rinnova la propria fiducia. Grazie per aver reso possibile tutto questo ancora una volta, per l’amicizia… potrei andar avanti all’infinito!

A presto!

 [1]  L’ospedale An-Najah è considerato una delle principali istituzioni della Palestina nel campo dell’assistenza sanitaria: con soli 24 ospedali pubblici in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, il numero di letti clinici per l’intera popolazione palestinese è di un letto ogni 1.000 abitanti. Una disparità che ha spinto la Facoltà di Medicina e Scienze della Salute di An-Najah a costruire il primo ospedale universitario in Palestina.

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