09 Agosto 2015

Pubblicato da Dottor Nuvola il

Io non aggiungo niente se non un grazie a Tarantela e, leggendo il report e la sua intensità, si capisce il perché del mio grazie…

Nuvola

Ciao a tutti, turno Tarantella e Nuvola:

Sala Prelievi: è una sala prelievi semi deserta quella che ci accoglie qualche giorno dopo ferragosto.

Ci fermiamo a parlare con i signori in attesa, Nuvola si ferma da due ciclisti ed io incontro la madre di uno dei due.

E’ una anziana signora di quasi 90 anni, facciamo una lunga chiacchierata, ma – al mio solito – preferisco sia lei a parlare, quindi mi metto seduta e la ascolto incuriosita.

Ha molta voglia di parlare questa bella signora, e lo si evince anche da quello che dice, vive sola e non vuole mai dare fastidio ai figli che hanno le loro famiglie.

Scopriamo di avere una cosa in comune: siamo entrambe molto ansiose, abbiamo mille paure, fra cui quella del buio.

La piacevole chiacchierata viene interrotta dalle urla di un bambino in sala prelievi, Nuvola – che nel frattempo era entrato per assisterlo – mi fa cenno di andare a dare una mano.

Volo anche io all’interno della sala e la scena che mi trovo davanti la descriverei piuttosto tragicomica:

bimbo che si dimena sdraiato sulla poltrona quasi come in preda a un esorcismo, ben due infermieri accovacciati in prossimità del minuscolo braccino, mamma che lo stringe così forte da fargli venire la tosse, una Nuvola completamente sdraiata sul povero piccolo nel tentativo di immobilizzarlo e, due passi più in là, il fratellino minore seduto su una seggiolina con un video-game in mano, completamente indifferente alle urla e a tutto quello che sta succedendo dinanzi a lui.

Nuvola mi chiede di prendere il suo posto e scappa fuori.

Così mi catapulto sul povero bambino che ancora non è riuscito a donare il suo prezioso sangue a quei vampiri degli infermieri.

E’ stata dura vederlo soffrire così tanto, era stremato, non ne poteva veramente più.

Poi finalmente, sangue fu.

Usciamo sollevati dalla sala prelievi e Nuvola ci viene incontro, io pensavo si fosse allontanato perché gli suonava il telefono, in realtà ci racconta della sua emofobia (?!?) non so come definirla, insomma, ci allontaniamo salutando la madre e i fratellini che se ne vanno a fare una bella colazione premio, e ci dirigiamo verso al bar per un caffè volante mentre Nuvola mi racconta le sue disavventure con sangue, vene, e svenimenti vari… che ridere!!!

Psichiatria: al bivio psichiatria-dialisi decidiamo il sentiero della psichiatria, ci accoglie anche qui un reparto semi deserto. Nuvola percorre tutto il corridoio e arriva fino al terrazzino, io mi fermo fra la prima e la seconda camera. Incontro un uomo, per giunta tunisino come il mio babbo, ci mettiamo a parlare perché intuisco che ne ha voglia.

Ci raggiunge anche Nuvola, così parliamo un po’.

Lui ci guarda con il suo sguardo arcigno, duro, sembra quasi un tipo burbero – probabilmente lo è – ma oltre a quello strato così torvo scorgo degli occhi buoni.

Poi, quando Nuvola lo ha fatto ridere sono riuscita perfino a vedere com’era da bambino, sì perché il suo viso ha fatto una smorfietta così ingenua ed innocente, che mi si è riempito il cuore di tenerezza.

La psichiatria è un reparto che ogni volta mi regala significati preziosi.

E’ sempre stato così, ne ho frequentati diversi per via del Servizio Civile che ho fatto e del Tirocinio per l’università, ed ogni volta rimango sbalordita dalle perle di saggezza che mi regalano le persone che incontro.

Il dialogo con quest’uomo non è facile fra i suoi problemi con la lingua ed i farmaci che probabilmente gli rallentano l’eloquio, ma riusciamo comunque a parlare.

Nel discorso ad un certo punto lui mi chiede cosa faccio nella vita e cosa vorrò fare nel futuro.

Gli racconto che studio, ma che non ho la minima idea di cosa farò un domani, perché purtroppo in questo preciso periodo storico non ci sono molte sicurezze per noi studenti che usciamo da un percorso universitario.

Mi interrompe e mi dice che mai, e ripete MAI nella vita bisogna perdere le proprie coordinate,

dobbiamo sempre ricordarci che ognuno di noi è un punto su di un piano cartesiano, ogni punto ha sempre, in qualsiasi momento, almeno due coordinate che lo definiscono, una coppia di numeri reali x,y che lo individuano.

Così anche quando mi sento persa, devo ricordarmi che non lo sono, perché ci sono sempre almeno due coordinate che mi definiscono, possono cambiare, si possono spostare, ma ci sono sempre.

Questo suo discorso è stato come un dono, come se mi avesse regalato un diamante prezioso che in quel momento mi ha illuminato tutto il volto.

Sarei voluta rimanere tutto il giorno in quel reparto, come al solito, ma la dialisi ci aspettava!

Dialisi: la dialisi è segnata da vari incontri, ma quello che vorrei riportare qui, è un concetto che mi ha colpito molto, che è ben evidente in questo reparto, ma che Nuvola è riuscito a sottolineare perfettamente attraverso le sue parole di conforto a due diversi signori:

il problema non è quello che ti succede, un fallimento lavorativo, la morte di una persona cara, la malattia o qualsiasi altra cosa. Questi non sono problemi, questi sono eventi esterni che accadono e che possono accadere a chiunque. Quello che fa si che questi avvenimenti diventino problemi è il modo in cui ci poniamo loro.

La dialisi è un avvenimento, un brutto avvenimento, siamo tutti d’accordo, ma nello stesso reparto, in letti adiacenti, coesistono persone colpite dal medesimo evento esterno, che vivono la vita in due modi completamente diversi.

C’è chi dopo la dialisi dorme tutto il giorno, chi si rimette a lavoro, chi ha sempre lavorato, chi non ne ha mai avuto voglia, chi vive rassegnato lamentandosi della disgrazia subita, chi si rimbocca le maniche e si rimette in piedi malgrado l’invalidità.

Allora cos’è che conta realmente?

Conta la fortuna o la sfortuna che ci capitino certe cose come fare un incidente in macchina, contrarre una brutta malattia, uscire di casa e beccare una tegola in testa?

O contano le risorse che abbiamo, la rete sociale che ci supporta, la forza e la perseveranza che ci caratterizza, i semini che piantiamo nella nostra vita e che poi potranno regalarci frutti meravigliosi di cui potremo godere nonostante gli eventi avversi?

Io credo nella resilienza e credo che il reparto della dialisi sia una limpida rappresentazione di quello che la resilienza fa quando c’è e non fa quando non c’è.

Grazie Nuvola per il bel turno.

Grazie Clauni sempre e comunque.

Tarantola 🙂