Garibaldi—da Pietro…per i 1000 membri di facebook

Pubblicato da Radic il

Pietro Cipollaro
Contributo al 150° dell’Unità d’Italia
GARIBALDI RIVOLUZIONARIO E UOMO D’ORDINE
Il generale che non diventò né dittatore, né politico

Nessuno ricorda Domenico Garibaldi padre di Giuseppe; perché l’unica sua opera notevole è il figlio. Invece si ricorda, intitolandogli scuole, Rosa Raimondi, madre di cotanto eroe; perché alla sua epoca ad una donna si chiedeva solo di essere casalinga e madre, niente di importante ed autonomo.
Giuseppe Garibaldi nacque nel 1807 a Nizza, bella città marinara allora ultimo lembo di Liguria ad Ovest; città italiana anche se l’Italia ancora non esisteva. Negli spiriti eletti si andava però diffondendo una certa idea di nazione, nel ricordo di un grande impero, scomparso 16 secoli prima, che si era originato in Italia, a Roma. Il bimbo molto vivace e precocemente coraggioso fu indirizzato agli studi nautici, per la carriera di capitano di nave, mestiere adatto per diventare cittadino del mondo.
Il ragazzo Garibaldi era nato nel momento giusto, quando l’appena iniziato secolo XIX sarebbe diventato il secolo dell’affermazione del concetto di nazione; in particolare lui pensava all’uso della forza, perché i popoli raggiungessero il loro ideale di indipendenza.
Un forte impulso all’idea venne agli italiani, per lo più ignari di esserlo, da Napoleone I; oltre alle regioni sotto il diretto governo della Francia conquistatrice, il grande Corso di origini toscane aveva organizzato una Repubblica Italiana, trasformata nel 1805 in Regno d’Italia, perché a lui piacva fare il Monarca (il Berlusconi dell’epoca). Era un fulmine di guerra, però debole in storia, geografia e quindi in politica internazionale; alla fine dell’avventura combinò disastri e perse tutte ‘e cose; come avrebbe detto il napolanizzato cognato Giocchino Murat; che con la sconfitta di Napoleone ci perse il Regno di Napoli e pure la testa. La fine dell’Impero Napoleonico rimise in auge i vecchi sovrani di prima, testardi conservatori; li osteggiarono coloro, che avevano gridato vive la Republique, che avevano apprezzato il vento di novità della Rivoluzione Francese, liberté, egalité, fratrnité, tradita dall’autoproclamatosi Imperatore; i patrioti si organizzarono in società segrete, la Carboneria; i cui primi moti fallirono nel 1821 e nel 1830.
Un altro ligure, con un paio d’anni in più, Giuseppe Mazzini, pensò che si dovesse prima creare un movimento d’opinione e nel 1831 fondò la Giovane Italia; a cui Garibaldi nel 1833 aderì, premendo per l’azione. Nel 1934 l’Insurrezione di Genova fallì ed ambedue i giovanotti presero la via dell’estero, in attesa che per l’Italia maturassero tempi migliori.
Per un uomo di mare, buono per tutte le stagioni e tutte le latitudini, qualsiasi estero è la sua patria. Garibaldi si trovò benissimo nell’inquieta Sud America, dove i popoli combattevano per l’indipendenza: il giovanotto “Peppino” aveva una gran voglia di menar le mani per una causa giusta, la libertà di un popolo oppresso; ci sapeva fare ed aveva le fisic du rol, per dirla alla francese. Bello, con 2 spalle così, la grande chioma bionda gli dava una certa aria messianica, aveva il carsima del capo, era un trascinatore. L’America del Sud, il sognodi una nuova vita e di un lavoro ben pagato, aveva già affascinato molti italiani poveri ma di buona volontà, desiderosi di imporsi, di un riconoscimento. Garibaldi organizzò la Legione Italiana e per distinguerla gli mise le camicie rosse. Ai tempi non si sapeva cosa fosse il mimetismo in guerra; i soldati vestivano di colori sgargianti, da parata; i nemici degli italiani, gli austriaci, addirittura di ridicolo bianco, che diventava color fango. Alla Legione fu offerta una partita di robusta stoffa rossa: affare fatto; quel colore del fuoco divenne simbolo di lotta rivoluzionaria, di libertà, di coraggio, divenne un mito. La Legione era di valorosi dietro un generale nato per la battaglia; si coprì d’onore nel brasiliano Rio Grande del Sud e nel nascente Uruguay; a chi oggi scende nel porto di Montevideo, appare la statua bronzea di Garibaldi, a ricordare un emigrante, che per quelle prime imprese americane sarebbe diventato l’Eroe dei Due Mondi.
L’altro mondo era l’Italia, dove le idee mazziniane di una repubblica e di una Unione degli operai italiani avevano fatto proseliti, non sufficienti però al successo dei moti degli anni ’40. Nell’Europa più vivace le idee liberali covavano sotto la cenere della Restaurazione; successe un quarantotto, le notizie rimbalzarono da una capitale all’altra in quella primavera 1848 di gioventù all’assalto del potere, che resistette, ma la sfida era lanciata. Garibaldi era tornato per tempo, quando nell’aprile 1848 Carlo Alberto di Savoia Carignano, quello “con il cilicio al cristian petto”, re di Sardegna unita al Piemonte, ebbe un sovrumano coraggio e tanta fiducia nella provvidenza, da attaccare con l’aiuto di volontari di varie regioni l’Impero Austro Urgarico, grande 20 volte il suo Piemonte. La vittoria di professori e studenti dell’Università di Pisa a Curtatone e Montanara, la carica dei carabinieri, che determinò la vittoria di Pastrengo, furono illusioni: l’Austria-Ungheria riuscì a riorganizzare la sua potente macchina bellica ed a riprendere il sopravvento. Nemmeno a Garibaldi andò bene: combatté nel Comasco e riparò in Svizzera; rientrò nel 1849 per difendere la Repubblica Romana, contituitasi con il Triunvirato di Mazzini, Saffi ed Armellini, capopopolo Ciceruacchio, mentre Pio IX si rifugiava all’estero, a Gaeta.
Roma capitale era il pallino fisso di Garibaldi; che amava preti poveri e garibaldini, come Don Giovanni Verità, ma aveva in uggia il Papato, padrone con lo Stato della Chiesa di un gran pezzo d’Italia, dal Garigliano alla Romagna. Garibaldi difese Roma, anche attaccando e vincendo in paesi lontani dalla città; ma la potenza delle cannonate dell’Esercito Francese, venuto a difendere il Papa, ebbe la meglio ed i patrioti dovettero abbandonare Roma. Altra fuga verso l’ultimo focolaio di resistenza patriottica, a Venezia. Garibaldi non riuscì ad arrivarci; il percorso per il Nord è costellato di lapidi, che ricordano una sua frettolosa sosta e chi lo ospitò rischiando; anche il Mare Adriatico era battuto dagli austriaci; presso Ravenna, spossata dagli stenti, gli morì tra le braccia Anita, l’amatissima giovane moglie brasiliana, audace quanto lui in battaglia.
Garibaldi riprese la via dell’esilio, a New York; trovava sempre un piccolo imprenditore italiano, stavolta Antonio Meucci, che gli dava un lavoro da pacifico borghese. Rientrò in Italia nel 1854; i patrioti, leccatesi le ferite, avevano abbandonato le idee repubblicane di Mazzini, speravano nella Monarchia Sabauda, mentre il ministro Camillo Benso Conte di Cavour lavorava in segreto alla politica di alleanze; il nuovo motto era: “Italia e Vittorio Emanuele” Garibaldi si adeguò; c’è un suo ritratto con la divisa azzurra da generale dell’Esercito Piemontese; i Garibaldini furono inquadrati in un corpo chiamato “Cacciatori delle Alpi”. Stavolta gli austriaci furono cacciati dalla Lombardia, col sostanziale aiuto dell’Esercito del nuovo Imperatore dei Francesi Napoleone III, convinto da Cavour ad imitare in gloria militare il più famoso zio. Napoleone III era un buono; a quei tempi chi si beccava una pallottola talvolta poteva dirsi fortunato: cascava giù sperando che, a battaglia finita, qualcuno lo soccorresse; ma le ferite da baionetta provocavano la morte per dissanguamento; l’Imperatore rimase impressionato dalla carneficina: stava vincendo, decise per l’armistizio. Nello stesso luogo lo svizzero Henry Dunant ebbe l’ispirazione per fondare la Croce Rossa.
Garibaldi non perdonò mai a Cavour, che gli accordi tenuti segreti prevedesseo di ricompensare Napoleone III per il suo sostegno al Piemonte, con la cessione alla Francia di Nizza, la sua patria; non lo consolò sapere, che il Re Vittorio Emanuele II aveva dovuto cedere la Savoia, culla dei suoi avi. Intanto Garibaldi si era fatto un’altra patria personale; nel 1854 aveva comprato per pochi soldi un posto meraviglioso su un’isoletta, dove gli unici rumori erano il mare, il vento teso delle Bocche di Bonifacio tra Corsica e Sardegna e le capre, appunto Caprera, che lui colonizzò da solitario; con gli anni organizzò una minima corte; fu il primo vip a scoprire la futura Costa Smeralda.
Garibaldi aveva un grande progetto: attaccare il Regno delle Due Sicilie governato dai Borbone, in superficie1/3 dell’Italia, di consistenza dubbia; ma è falsa la nomea di arretratezza, perché vantava la prima ferrovia italiana ed alcuni distretti industriali d’avanguardia. Garibaldi, che aveva giurato fedeltà all’idea di Italia ed a Vittorio Emanuele, non poteva fare di testa sua; si era organizzato, disponendo della copertura dell’astuto Cavour; che con i re europei fece finta di essere stato colto di sorpresa da quella testa calda di rivoluzionario, che sognava una repubblica nel Sud Italia. Difficile credere, che alla Polizia piemontese fosse sfuggito un assembramento di un migliaio di robusti italiani, per lo più lombardi e qualche sospetto dell’Europa dell’Est, sovversivi nemici storici dell’Austria, tutti a Quarto, 4 miglia dal centro di Genova. Difficile rubare 2 grossi piroscafi della Società Rubattino, il Piemonte ed il Lombardo, senza l’ordine all’equipaggio di lasciar fare. I Mille non erano ricchi: qualcuno deve aver pagato le armi imbarcate a Talamone, sulla costa del neutrale Granducato diToscana. All’Inghilterra piaceva la nascita di uno stato italiano amico: così navi inglesi fecero una moina davanti a Palermo, distraendo le ignare navi borboniche, mentre i Mille sbarcavano festosamente nell’incustodita Marsala.
I Garibaldini avevano rimesso le camicie rosse ed allo svilleggiato “esercito di Franceschiello”, sinonimo di disorganizzazione borbonica e di arte della fuga, sul colle di Calatafimi dovettero apparire come tanti diavoli. Stavolta il paziente lavoro dei patrioti aveva preparato il terreno: c’era una certa aspettativa del “nuovo”; infatti a Bronte nel Catanese il luogotenente Nino Bixio dovette reprimere con mezzi bruschi un accenno di rivolta di contadini, che dopo secoli di servilismo sognavano la rivoluzione ed una ridistribuzione delle terre. Garibaldi dritto al suo scopo: fare l’Italia; non poteva complicarsi il cammino con rivolte locali; oggi si direbbe una vicenda gattopardesca. L’ottimo inizio della campagna militare creò un alone di imbattibilità, fiaccò la debole resistenza borbonica, fu determinante: i padri inviarono i “picciotti”, i ragazzi siciliani ad arruolarsi nei Garibaldini. La conquista della Sicilia e la risalita di Calabria e Campania verso Nord fu una marcia gloriosa e l’accoglienza nella indifendibile capitale Napoli, troppo popolosa per una battaglia, fu trionfale. Francesco II di Borbone, la regina Sofia e pochi cortigiani avevano sloggiato per tempo, ritirandosi nella munita fortezza di Gaeta, visto che nemmeno S. Gennaro aveva fermato l’invasore. Nell’ultima decisiva battaglia campale, presso Caserta, sulle rive del Volturno, per la prima volta il Generale Garibaldi, che in gioventù aveva iniziato con guerre di bande, poté disporre di ben 15.000 uomini.
Era tutto combinato; a cavallo, a passo di marcia, l’ancor giovane (53) Generale con la camicia rossa messa pulita per l’occasione, rimuginava come salutare il Re Vittorio Emanuele, che scendeva da Nord; le staffette si erano già incrociate, per lo storico incontro di Teano trovò la frase storica e beneaugurante: “saluto il Re d’Italia!” Il quale lo invitò cordialmente a prendersi il meritato riposo a Caprera; per dimostrare di fare qualcosa, di non ricevere solo un regalo, il Re si occupò di concludere il lavoro, assediando Francesco II a Gaeta con i cannoni e le sue truppe fresche.
Garibaldi si ritirò a Caprera; la richiesta di riconoscimento burocratico e relativa pensione per i suoi combattenti fu l’ultima bega, che dette all’esausto Cavour, morto nel 1861, appena proclamato il Regno d’Italia. Sempre seguendo il sogno della conquista di Roma, ideale capitale, nel 1862 Garibaldi commise l’unico grave errore della sua vita da condottiero; la sua “marcia su Roma” fu interrotta dall’Esercito Italiano sull’Aspromonte, con 7 garibaldini uccisi ed il Generale ferito ad una gamba, da allora costretto ad usare un bastone. Vittorio Emanuele II, il chiacchiarato “figlio di un macellaio” era un donnaiolo ed un mangiapreti, molto diverso dal religiosissimo padre (?) Carlo Alberto; eppure, avendogli già tolto l’Emilia-Romagna, le Marche, l’Umbria, non se la sentì di togliere il molto ridimensionato Regno della Chiesa al Papa-Re Pio IX, capo della Cristianità; bloccò dunque l’irruente Garibaldi e tranquillizzò gli stati cristiani, stabilendo nel 1865 la capitale in un posto degno e centrale, a Firenze. Nel 1866 l’alleanza con la militarmente forte Prussia permise alla deboluccia Italia di affrontare ancora l’Impero Austro-Ungarico; le buscò per terra (Custoza) e per mare (Lissa); solo Garibaldi, che quasi sessantenne ed acciaccato guidò i suoi Garibaldini stando in carrozza, vincendo la Battaglia di Bezzecca salvò l’onore dell’Italia; a cui la Prussia consegnò il Veneto: sulla Laguna di Venezia fu un tripudio di tricolori.
Garibaldi non si rassegnava; nel 1967 tentò ancora la conquista di Roma, stavolta radunando i suoi già nelle vicinanze della città. Il Governo del Re, finto sorpreso, poté evitare lo scontro fraticida; perché ci pensò la Francia a difendere Pio IX, bloccando i Garibaldini a Monterotondo ed a Mentana, forte della superiorità datagli dai nuovi fucili chassepot, di enorme potenza di fuoco; sconfitto dalle nuove armi, Garibaldi dovette rassegnarsi. Nel 1870 arrivò l’occasione tanto attesa; la Francia non poteva più mandare truppe per difendere il Papa; se la vedeva molto brutta sotto l’attacco della Prussia, prossimo Impero di Germania. Vittorio Emanuele II ne approfittò; il XX Settembre le cannonate aprirono una breccia nelle mura ad una certa distanza dalla michelangiolesca, preziosa, indenne Porta Pia, che dette il nome alla facile impresa. Perché Pio IX non volle inutili spargimenti di sangue ed accettò la fine del potere temporale della Chiesa, iniziato con la discussa donazione dell’Imperatore Costantino; ordinò la resa ai “soldati del Papa”, sinonimo risorgimentale di scarsa combattività, e gli italiani entrarono nella Città Eterna, mentre la folla entusiasta gridava: “Evviva li berzajeri”
Il pensionato Garibaldi fece il gran gesto; perdonò ai francesi di avergli ucciso in battaglia tanti giovani generosi e di avergli precluso la strada per Roma; andò a difendere la Francia contro l’aggressione dei prussiani, ritrovando l’ebbrezza del combattimento, ottenendo a Digione l’unica vittoria di parte francese; il suo primogenito Menotti gli consegnò l’unica bandiera strappata ai prussiani in quella guerra.
A Roma, nell’agognata capitale d’Italia, Garibaldi ci arrivò, osannato, da vecchio generale prestato alla politca. Nel dicembre 1870 il biondo Tevere si era esibito in una delle sue solite inondazioni; i “papalini” la considerarono la vendetta del fiume contro l’occupazione di Roma; il Governo promise che la nuova Italia avrebbe provveduto e non ci sarebbero state più inondazioni. Ma lo fece in modo brutale, ordinando la costruzione di giganteschi muraglioni, più grandi di quelli parigini, perché il Tevere è bizzoso mentre la Senna è più tranquilla. I muraglioni, grande opera costosa, scatenavano una gigantesca speculazione immobiliare, che già stava assalendo molte delle splendide ville romane, per farne i fitti quartieri umbertini; i brutti e monotoni muraglioni mostravano la brutale ignoranza dei burocrati piemontesi, di cui il pesantissimo “Palazzaccio” di Giustizia ne è l’emblema. Fu distrutto lo splendido, mutevole rapporto di Roma, una città affacciata sul Tevere; fu distrutto il paesaggio della città signorile (palazzi Altoviti e Falconieri) e popolaresca, colorata, con pendii erbosi ed alberati percorsi da sentieri sulle rive, con compatte fondazioni di case nelle zone centrali, anche ad archi, con stabilimenti balneari, sottili ponti sospesi e passerelle, attracchi delle lunghe e piatte barche da fiume. I muraglioni distrussero il Porto di Ripa Grande, dove arrivavano barconi con le merci da oltremare, anche vini dalla Spagna, e la meraviglia barocca, le scenografiche scalinate del Porto di Ripetta, dove arrivavano le merci, olio, vino, legname dalla Sabina ed oltre, con capolinea a Ponte Felice, a valle della confluenza con il Nera. Il progresso non avrebbe salvato i mulini, ma il progetto Garibaldi avrebbe salvato il paesaggio di Roma sul Tevere. L’idea del Generale, uomo di molti viaggi ed esperienze, era semplice e geniale: una diga a monte della città, con una chiusa per continuare il trasporto fluviale, avrebbe mantenuto costante il livello della corrente; così che i palazzi, rassicurati contro le piene, potessero abbellire il lato fiume, terminando con giardini ombrosi di salici sulle rive, una meraviglia. Un canale scolmatore, girando ad Est della città si sarebbe preso le piene, scaricandole nel fiume a valle dell’Urbe. I fautori delle grandi opere inutili, i primi palazzinari, in difesa dei loro affari, rigettarono il pratico progetto Garibaldi, protestando contro la spregevole modifica del corso del fiume retoricamente “sacro ai destini di Roma”; per Garibaldi la vittoria degli affaristi fu una sconfittà contro nemici interni, superata in amarezza solo dalla vicenda dell’Aspromonte. Forse lo fece sorridere sapere, che nel 1878 una piena del vendicativo Tevere sconvolse i cantieri e ridusse gli incassi degli affaristi.
Il generale valorosissimo, amante della libertà a tal punto, da mettersi a servizio dei popoli più deboli e da non essere mai tentato di fare il dittatore, come la sua forza miltare ed il sostegno popolare forse gli avrebbero permesso; contento di aver contribuito alla creazione dell’Italia come Stato, si ritirò nell’incanto della sua Caprera. Era deluso dalla politica, stanco, appesantito, claudicante; confortato da persone affezionate si spense serenamente a 75 anni, guardando il mare. Fu un eroe mondiale, la Patria gli eresse tanti bronzei monumenti a piedi o a cavallo, ma dimenticò il suo idealismo.


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